Adolescenza

Adolescenti e disagio: un’etichetta che si attacca e non si stacca più! (2 parte)

Le deviazioni restano primarie o situazionali finché non sono razionalizzate come funzione di un ruolo riconosciuto socialmente. Quando invece una persona comincia ad usare il comportamento deviante come modo di adattamento ai suoi problemi, la devianza diventa secondaria.
Partendo da questi presupposti, si può ben immaginare come, lo stesso meccanismo che può portare a devianza secondaria i soggetti “etichettati” dalla società, si possono creare dei bambini e degli adolescenti a rischio, quando questi vengono “marchiati” a fuoco dalla scuola, dalla famiglia o dalla società per dei comportamenti che non sono ritenuti adeguati al contesto sociale nel quale essi vivono.
Il problema è che di frequente, esattamente come accade nei soggetti che delinquono, i ragazzi si conformano allo stereotipo al quale sono stati assimilati, giacché qualunque loro tentativo di disconfermarlo fallisce.
Buona parte degli insegnanti che operano nelle scuole di ogni ordine e grado, troppo spesso, tendono a dare grande (anche se giusta) importanza allo svolgimento dei programmi, a portare avanti il piano didattico, ad occuparsi in maniera quasi maniacale degli aspetti burocratici del proprio lavoro e purtroppo altrettanto troppo spesso dimenticano, o non si occupano affatto, degli aspetti psicologici che, avendo a che fare con individui fatti di personalità, identità, emozioni, substrato sociale e familiare, connotano i ragazzi con i quali si trovano ad interagire.
E così l’alunno, vittima di stereotipizzazione e di euristiche di pensiero che facilitano la classificazione in categorie scolastiche oramai consolidate: svogliato, fannullone, disinteressato, poco motivato, ecc., non prova nemmeno più a svincolarsene, anzi poco alla volta farà il possibile per conformarsi a questa “etichetta” che gli è stata incollata addosso e che con il passare del tempo lo invischia sempre più.
Ad un livello superiore, lo stesso meccanismo accade negli individui e nei gruppi di bulli che “gambizzano” i compagni a scuola e nei gruppi dei pari.
E da lì al passaggio alla delinquenza minorile il passo è breve.
Ritengo sia fondamentale inserire, accanto all’aggiornamento obbligatorio per gli insegnanti relativamente alla propria materia di insegnamento, una specifica formazione psicologica che li renda consapevoli delle dinamiche che stanno dietro ad alcuni comportamenti adolescenziali e dei segnali di disagio che i ragazzi inviano, spesso, inconsapevolmente.
Non sono così certa che la dispersione scolastica, che sta prendendo dimensioni preoccupanti (allargando sempre di più la forbice che inserisce l’Italia tra le Nazioni con il più alto tasso di analfabetismo, fra quelle della Comunità europea e non solo), sia dovuta alla presenza nelle classi di un’alta percentuale di ragazzi scarsamente intelligenti, svogliati o demotivati al lavoro scolastico, ma piuttosto da una grande parte di docenti e dirigenti scolastici impreparati ad affrontare le dinamiche psicologiche che stanno alla base di comportamenti che, se non analizzati e compresi a fondo, portano all’abbandono scolastico immediatamente dopo il termine dell’obbligo previsto dalla legge.
Bibliografia

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Sito di riferimento: http://www.Criminologia.it
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