Psicologia generale

Neuroscienze: ecco perchè ci arrabbiamo!

La diversità delle manifestazioni emotive ed il coinvolgimento di numerosi processi somatici rendono difficile dare una dettagliata definizio­ne scientifica del termine emozione. Nel linguaggio quotidiano questo termine  viene utilizzato in riferimento a sentimenti, stati d’animo e al modo in cui questi vengono espressi, sia nei comporta­menti evidenti, sia nelle risposte somatiche.
Le emozio­ni, al pari delle percezioni e delle azioni motorie, ven­gono controllate da particolari circuiti neuronali cere­brali. Poiché le emozioni sono coscienti, deve necessariamente entrare in gioco un importante elemento cognitivo, che sembra essere mediato dalla corteccia cere­brale. Le emozioni, però, sono accompagnate da rispo­ste del sistema nervoso autonomo, di quello endocri­no e dell’apparato motorio scheletrico, che sono controllate da regioni sottocorticali del sistema nervoso: l’a­migdala, l’ipotalamo e il tronco dell’encefalo. Queste risposte periferiche hanno lo scopo di preparare il cor­po all’azione, oltre che di comunicare gli stati emozio­nali alle altre persone (Kandel Schwartz, Jessel 1999).
Nella dinamica dei conflitti, l’emozione preponderante è la rabbia.
La rabbia fa parte della “triade dell’ostilità” insieme al disgusto e al disprezzo e ne rappresenta il fulcro e l’emozione di base. Tali sentimenti si presentano spesso in combinazione e pur avendo origini, vissuti e conseguenze diverse, risulta difficile identificare l’emozione che predomina sulle altre.
Relativamente alle motivazioni che suscitano la rabbia, numerose ricerche hanno dimostrato che dalla base di questa emozione c’è la paura: è una sensazione di minaccia per la sopravvivenza.
Gli animali spesso attaccano perché sono aggrediti, disturbati, tormentati, per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la propria prole.
Per gli esseri umani, le motivazioni alla base di un attacco di rabbia riguardano principalmente la frustrazione ed i meccanismi connessi con l’immagine e la realizzazione di sé: la percezione di una minaccia di fallimento, di una sconfitta, la perdita di sicurezza in sé, il sentirsi inadeguati nell’affrontare situazioni difficili; le cause di queste percezioni sono principalmente all’esterno, nell’interazione con le altre persone.
Ancor più delle circostanze concrete del danno, ciò che maggiormente contribuisce ad attivare un’emozione di rabbia sembra essere la volontà che si attribuisce all’altro di ferire e l’eventuale possibilità di evitare un evento od una situazione frustrante. Ci si arrabbia quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno ma, soprattutto, quando viene percepita l’intenzionalità di ostacolare l’appagamento (Davies 2003).
La genesi del conflitto
Solitamente il conflitto parte da una motivazione apparentemente insignificante: inizia con delle sensazioni interne di fastidio e per prima cosa genera da noi stessi; solo in un secondo tempo si innesca con l’altra persona.
La donna ha dei meccanismi mentali più complessi e sofisticati; mentalmente l’uomo è solitamente più incisivo, sintetico e conciso.
Alcuni studi sembrano comprovare che la donna ama lo scontro diretto perché è più abituata a gestire le emozioni e a disquisire, poiché in lei l’area cerebrale del linguaggio risulta più “fluida”. L’uomo, al contrario è molto più distaccato e freddo, preferisce l’offesa sintetica: si alza, esce, va a giocare a carte o guarda la partita.
 Perché si attui un conflitto occorrono alcuni presupposti fondamentali:
 Presenza di premesse: sono le condizioni perché si scateni un conflitto. E’ il primo livello dello scontro e si attua con una sola persona, a livello di pensiero; si tratta della frustrazione che vive tra sé e sé.
Potenziale motivo del contrasto, opposizione reale, consapevolezza: il conflitto comincia ad emergere e ad essere noto a chi è causa del conflitto stesso. Contemporaneamente la controparte prende consapevolezza che quella persona non ha intenzioni pacifiche. Si passa ad un atteggiamento o ad un’espressione verbale, con il fine di richiamare l’attenzione.
Esternazione: le risoluzioni possibili sono principalmente due.
a) le persone si danno una spiegazione ed il conflitto potrebbe risolversi:“Perché ti stai comportando così?” – “Perché…………?” [chiarimento], senza passare alle maniere forti.
b) da parte di uno dei due (o di entrambi) non c’è disponibilità e si passa alla fase successiva.
Dichiarazione di conflitto con azioni intenzionali: ciascuno dei due elabora qualcosa per andare a ferire l’altro, per metterlo in difficoltà; è un’azione distruttiva, non costruttiva. Ciò accade soprattutto nei rapporti di lavoro tra pari o con i superiori, ma non ne è esclusa la coppia. Sono azioni volte a difendersi dal dolore che provoca il disagio del conflitto; non ci sono vincitori, i contendenti sono entrambi perdenti.
Risultati: i rivali decidono quanto dura la “guerra”. Se uno dei due decide di fermarsi e cambia strada si può giungere, in un secondo tempo, ad una mediazione o ad una riconciliazione; in caso contrario si rompe inevitabilmente il rapporto. Tutto dipende dalla capacità dei soggetti gestire il conflitto e dalla loro maturità emozionale.
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