Psicologia generale

Litigare con il partner e con il capo: è la stessa cosa?


Conflitto di coppia
Generalmente lei inizia con un semplice scambio di battute che si allarga a macchia d’olio, fino ad esplodere con tutta la forza possibile; lui cerca di svicolare e lei insiste. Il motivo reale del conflitto non è quello evidente (il tubetto di dentifricio aperto o i calzini buttati per terra), ma è più profondo (desiderio di essere visti, ricerca di attenzioni).

All’inizio del rapporto si è disposti ad andare oltre, poi subentra la routine: la quotidianità, con il tempo, fa sentire le persone nelle “sabbie mobili”.

Le donne tendenzialmente tendono a rinvangare, mentre gli uomini si muovono nella fuga o nel qui ed ora, cercando di evitare o negare la discussione. Il “battibecco” può servire a vivacizzare la coppia, ma diventa un problema quando è uno scontro giornaliero; il litigio una tantum, rinegozia spazi e ruoli diversamente, se il litigio è costante, diventa deleterio ed è segnale che qualcosa non va.

Conflitto con i colleghi di lavoro o tra amici: conflitto con i pari
Il conflitto con i colleghi di lavoro o persone di pari grado (quali possono essere i gruppi di amici o gli appartenenti ad associazioni che condividono gli stessi interessi, non intesi in senso economico o utilitaristico del termine), è sempre una questione delicata, poiché fa emergere situazioni di disagio e rivalità.

Mentre il litigio di coppia è chiuso tra le quattro mura domestiche e senza testimoni (a parte i figli), tra amici o colleghi si tratta di una discussione a cielo aperto, di fronte ad altri. La persona che è in conflitto cerca l’alleanza e, soprattutto, tenta di incrinare agli occhi degli altri l’immagine della persona con cui è in conflitto.

Sul posto di lavoro si creano delle fazioni mentre i superiori, come logico, restano a guardare; le ostilità possono durare giorni o mesi.Anche in questo caso, come nel privato, uno dei due deve cedere le armi e chiudere le ostilità, affinché si possa risolvere la situazione.

Quando nasce un conflitto tra pari, non si tratta solo di una questione di lavoro, di passatempo o svago; ci si difende dall’intrusione degli altri, dalla sensazione di essere trascinati dentro la situazione. Non sempre si ha voglia di schierarsi e la reazione immediata è quella di cercare di difendersi da tale forma di invasione. Quando il livello operativo, il ruolo, è lo stesso alla base c’è la rivalità tra le persone che, senza rendersene conto, alimentano dei sentimenti negativi.

Per risolvere questo genere di conflitto occorre cercare di ricondurre il rapporto ad una forma di collaborazione. Per uscirne, solitamente, si ha una reazione di fuga; scappare va bene, solo se si attua un comportamento assertivo, che però è difficile da sostenere:“Per me è così e basta!”; diversamente il conflitto può continuare ad oltranza.

 

Conflitto con un superiore Il conflitto con un superiore non inizia subito appena ci si conosce, né da parte di chi sta “sotto”, nè per chi “sta sopra” gerarchicamente. All’inizio è una sorta di guerra fredda, nella quale i giochi di potere vengono tenuti sotto controllo: il sottoposto si sente il “fiato sul collo” e non si ribella. 
La discussione si innesca quando il superiore mina l’immagine professionale, la mette in discussione ed il dipendente, di conseguenza, matura in se stesso la disistima per il proprio capo. 
In questo tipo di conflitto vince sempre il superiore, per una ovvia situazione gerarchica: egli ha molte armi a sua disposizione (trasferimento, licenziamento); il dipendente lo sa e si sente frustrato, mentre il capo utilizza queste dinamiche per ribadire la sua forza. 
La risoluzione costruttiva è la negoziazione; si deve mettere in atto il problem solving :“Ho capito che lei non è soddisfatto, mi dica cosa devo fare e lo farò al meglio”. Il dipendente non può andarsene sbattendo la porta e deve, dunque, stabilire la negoziazione di intenti.

Conflitto con un estraneo (ad esempio conflitto al semaforo)  

Il conflitto parte immediatamente con un insulto, una minaccia, una gestualità offensiva. 
Nella zona intima (quale quella di coppia) il conflitto si innesca in una “zona sotterranea”; tra pari e con i superiori è “a cielo aperto”; con l’estraneo è “a cielo aperto” e molto esplicito, diretto ed incalzante. La discussione nasce in un contesto di regole precostituite, da rispettare. Lo scontro ha la stessa dinamica di un bisticcio tra bambini:“Questo è mio e non te lo do’!” e riguarda qualcosa che si ritiene di proprio diritto e proprietà. 
“C’è una regola che tu non hai rispettato, ed io mi sento in diritto di…”.  
Il conflitto nasce e si risolve in maniera veloce; se non interviene nessuno a placare gli animi, si sviluppa in maniera violenta, ma si esaurisce molto rapidamente. Nel conflitto tra estranei non c’è mai intento di pacificazione, in quanto non c’è rapporto di alcun tipo tra le persone; il conflitto con l’estraneo non si risolve, perché non c’è motivazione a preservare o a recuperare il rapporto tra le persone contendenti. 
Litigare con un estraneo è liberatorio, soprattutto quando la persona esce di casa (o dal lavoro) già alterata emotivamente; lo stato d’animo del momento non è equilibrato e la disputa permette di sfogare le proprie “antiche frustrazioni” e le presunte ingiustizie subite. Inoltre nei contrasti tra estranei, non si innescano sensi di colpa: le ingiustizie sono presunte, perché siamo noi che ipotizziamo una prevaricazione nei nostri confronti; quello che nel nostro vissuto personale percepiamo come sbagliato, per l’altro non sempre lo è; ciò che fa scattare il conflitto è la regola sociale, che parte però da un vissuto personale. 
La flessibilità, che consiste nel mettersi nei panni degli altri, è una buona soluzione a questo tipo di ostilità.
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