Antropologia, Psicologia generale

Antropologia della morte e la morte rinascita. La psicologia del cambiamento: la “morte dell’uomo vecchio” che “rinasce in un uomo nuovo. (Parte 1)

“…L’individualità umana… è la sola a mostrarsi lucida di fronte alla morte, a patirne il trauma e cercare di negarla attraverso l’elaborazione del mito dell’immortalità…” (E. Morin)

“…Chi non sta nascendo, sta morendo…” (Bob Dylan)

Dal punto di vista antropologico il primo dato fondamentale, universale, della morte umana è la sepoltura.
Non esiste praticamente nessun gruppo arcaico, per quanto “primitivo” possa essere, che abbandoni i suoi morti o li abbandoni senza riti: infatti, se per esempio i Coriachi della Siberia orientale gettano in mare i loro morti, in realtà non li abbandonano, ma li affidano all’Oceano.
L’etnologia ci dimostra che ovunque i morti sono stati (o sono) oggetto di pratiche riconducibili a credenze riguardanti la loro sopravvivenza, sotto forma di spettro corporeo, ombra, fantasma, ecc. o la loro rinascita. Frazer, al quale dobbiamo il catalogo più importante delle credenze sui morti, conclude una delle sue opere con queste parole:

“…Non si può non essere colpiti dalla forza, e forse dovremmo dire dall’universalità, della credenza nell’immortalità…”.

Frazer definisce quest’immortalità proprio come “prolungamento della vita per un periodo indefinito ma non necessariamente eterno” (quello di eternità è un concetto astratto e tardo).
Ecco allora che le pratiche riguardanti i cadaveri, la credenza in una vita dei morti, ci appaiono come fenomeni umani primari.
La morte è quindi, a prima vista, una specie di vita che prolunga in un modo o in un altro la vita dell’individuo. Da questo punto di vista, essa non è un’idea, ma un’immagine, come direbbe Bachelard, una metafora della vita o un mito.
In effetti, nei vocabolari più arcaici il concetto di morte non esiste: se ne parla come di un sonno, di un viaggio, di una nascita, di una malattia, di un incidente, di un sortilegio, di un ingresso nella dimora degli antenati e, in genere, di tutte queste cose insieme.
Quest’immortalità presuppone tuttavia non già l’ignoranza della morte ma l’esatto contrario: la constatazione del suo accadere.
Se da una parte la morte, in quanto stato, è assimilata alla vita poiché viene descritta con innumerevoli metafore di vita, quando sopraggiunge è percepita come un vero e proprio cambiamento di stato, un “qualcosa” che modifica la sequenza normale della vita; ci si rende conto del fatto che il morto non è più un essere vivente comune: infatti, lo si trasporta, lo si compone con riti speciali, lo si sotterra o lo si brucia.
Bacone sosteneva che “pompa mortis magis terret quam mors ipsa” (le cerimonie funebri terrorizzano più della morte stessa). Ma è proprio il terrore a dar vita a queste cerimonie: non è difficile perciò intuire come dietro alle smorfie di dolore simulato si nasconda un’emozione originaria.
Ecco dunque che la morte lascia intravedere uno specifico nucleo di turbamento; per individuarlo e riconoscerlo tuttavia è necessario mettere in luce quali, fra le varie forme di turbamento indotte dai funerali, presentano il carattere più violento, dando vita a quell’istituzione arcaica non meno universale dei funerali stessi: il lutto. Scopriremo allora che alla base di queste violente alterazioni c’è sempre l’orrore per la decomposizione del cadavere.
Da quest’orrore traggono origine tutte le pratiche cui ricorse l’uomo, sin dalla preistoria, per accelerare il processo di decomposizione (cremazione ed endocannibalismo), per evitarla (imbalsamazione) o per allontanarla (corpo trasportato altrove o allontanamento dei vivi). Proprio il carattere impuro del corpo che si decompone determina, i modi in cui verrà trattato il cadavere in occasione dei funerali.
Il terrore della decomposizione non è altro che terrore di perdere l’individualità. Non bisogna credere che il fenomeno della putrefazione comporti in sé spavento, anzi, è necessario precisare che quando il morto non ha una propria individualità, quel che suscita è solo indifferenza e fetore. L’orrore sparisce di fronte alla carogna animale e a quella del nemico o del traditore privato della sepoltura e lasciato “crepare e marcire come un cane”, perché non gli si riconosce la dignità di uomo. L’orrore insomma non sta nella carogna, ma nella carogna del simile; ed è l’impurità di quel cadavere a essere contagiosa.
La paura della morte e la coscienza della morte non svaniscono solo quando la morte, che avanza implacabile sotto forma di malattie e di ferite, distrugge l’individuo: spesso infatti l’orrore della morte svanisce già nel momento in cui nell’individuo, che pure è ancora del tutto cosciente, viene meno la forza dell’affermazione di sé. Proprio per questo alcuni uomini, ossessionati per tutta la vita dall’idea della morte, al momento dell’agonia mostrano una calma di cui essi stessi rimangono stupiti: è la così detta “beatitudine” dei moribondi, quasi che la specie allunghi davvero la sua mano protettrice sull’individuo in agonia.
Se è vero infatti che il momento della morte è proprio quello in cui si manifesta la più intensa riaffermazione dell’individuo, ciò non vuol dire che debba essere necessariamente quella del proprio “Io”: può ben trattarsi di quella di un “Tu”, o addirittura di un “ideale” e di un “valore”.
Questa realtà si scontra con un’altra realtà, anch’essa primaria: l’affermazione del gruppo sociale sull’individuo. L’orrore per la morte è intimamente legato al progressivo distaccarsi dell’individuo dal proprio gruppo e, a sua volta, la presenza imperativa del gruppo annienta, rimuove, inibisce e sopisce la coscienza e l’orrore della morte…
Continua…
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