Psicologia dello sport

Hit Ball: un tramite per l’educazione alla legalità ed alla convivenza civile

La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport dà possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni”. (A. Zanardi)

“Vivere la legalità significa innanzitutto vivere il valore delle regole” (V. Servedio)

Sul piano legislativo, l’espressione “Educazione alla Convivenza civile” si ritrova per la prima volta nella legge Berlinguer 10 febbraio 2000, n. 30 sul riordino dei cicli. L’art. 3, comma 1, punto d) della legge affida alla scuola, tra gli altri, il fine di educare “ai principi fondamentali della Convivenza civile”. L’art. 4, co. 1 dedicato alla natura e all’identità della scuola secondaria poi, nel ribadire che questo grado di scuola è chiamato a “consolidare, riorganizzare ed accrescere” quanto promosso nella scuola di base, riprende il disposto dell’art. 3, comma 1, parlando di “formazione […] civile degli studenti, sostenendoli nella progressiva assunzione di responsabilità” (Balestri, 2008).

In considerazione del nuovo quadro giuridico di riferimento a partire dal D.P.R. 275/99, che introduce l’autonomia negli istituti scolastici e della circolare MIUR n. 62/03, da alcuni anni vengono attivate le otto ore di Educazione alla Convivenza civile previste dal decreto del MIT 30/6/2003, una volta inserite nel POF (Piano di Offerta Formativa) all’interno del curricolo come approccio pluridisciplinare, in orario curricolare.

Fatto salvo che l’Educazione alla Convivenza civile dovrebbe far parte della “normale” educazione dei nostri ragazzi in ogni contesto essi si vengano a trovare, l’attività sportiva in genere e l’hit ball in particolare possono e devono essere ambiti all’interno dei quali l’Educazione Civica trova la propria naturale collocazione espressiva ed educativa.

La scuola, la palestra ed il campo sportivo, qualunque sia l’attività che vi si svolge sono legalità, sono luoghi privilegiati sul piano delle relazioni sociali positive, poiché ci si confronta con gli altri: al loro interno bisogna rispettare alcune norme ed aver una ben determinata condotta.

“E’ necessario che la famiglia e la scuola diventino i luoghi dove si sperimentano le relazioni e, quindi, si recuperano i significati, i luoghi in cui i valori e i diritti umani non devono essere solo proclamati, ma soprattutto vissuti e testimoniati perché hanno la loro origine nella dignità della persona umana” (M. Indellicato, 2008).

Nella definizione della C.M. del Ministero della Pubblica Istruzione, n. 302 del 25/10/1993 si legge:

” Educare alla legalità significa elaborare e diffondere un’autentica cultura dei valori civili”.

Si tratta di una cultura che:

 – intende il diritto come espressione del patto sociale, indispensabile per costruire relazioni consapevoli tra i cittadini e tra questi ultimi e le istituzioni;

consente l’acquisizione di una nozione più profonda ed estesa dei diritti di cittadinanza, a partire dalla consapevolezza della reciprocità fra soggetti dotati della stessa dignità;

 – aiuta a comprendere come l’organizzazione della vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche;

 – sviluppa la consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà e sicurezza, non possano considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette.

Ogni forma di educazione è costituita da almeno 3 tipologie di fattori:

  1. Fattore cognitivo (consapevolezza, competenza di ragionamento e argomentazione, autoconoscenza);
  2. Fattore affettivo (sensibilità, rispetto per se stessi, empatia verso gli altri, amore per il bene);
  3. Fattore comportamentale (comunicazione, collaborazione, volontà realizzatrice, disposizioni).

L’acquisizione di un comportamento etico non consiste solamente nell’acquisire una serie di regole trasmesse da una generazione all’altra, ma nella costruzione di concetti morali che stanno alla base della comprensione per l’applicazione di tali regole (Balestri, 2008).

I giovani hanno un’esigenza fisiologica di affermazione, di espressione della propria individualità quando si confrontano con i bisogni e l’individualità dell’altro; sentono l’esigenza di essere protagonisti del proprio destino. Ciò impegna il mondo adulto, istituzionale o meno che sia, ad offrire opportunità per sperimentare e costruire.

Le possibilità di soddisfare questi bisogni sono per lo più informali e si attualizzano soprattutto attraverso l’appartenenza al gruppo dei pari: nei gruppi informali, insieme alle valenze affettive, si possono leggere gli elementi che caratterizzano il funzionamento più codificato dei gruppi formali: gerarchia, leadership, delega, conflitto, alleanze e le dinamiche di opposizione/collaborazione, inclusione/esclusione.

I ragazzi raramente riflettono sul fatto che questi aspetti sono poi quelli che si riscontrano nei gruppi formali e nell’organizzazione più ampia della società (Barnato e Gardini, 2005; Mora e Rovati, 2001).

Quanto attiene alla scuola e quanto al mondo esterno ad esso, rispetto all’educazione delle nuove generazioni è un problema annoso. Non c’è dubbio che più apporti provenienti da soggetti diversi che interagiscono insieme, trasmettendo messaggi congruenti e non contraddittori (come sovente avviene al giorno d’oggi), possono offrire ad un giovane un panorama ricco e vario,  decisamente attraente, dei temi che va affrontando nel processo di crescita. Di questo processo fa parte la sua maturazione come individuo che, giorno dopo giorno, dovrebbe potersi sentire parte di una società più ampia rispetto a quella familiare, a quella scolastica e del tempo libero.

In questo sentirsi parte dovrebbe essere inclusa anche la consapevolezza che egli può influire sull’ambiente di vita o, per lo meno, non subire senza avere capacità critica gli accadimenti, anche quelli che sembrano lontani e non suscettibili di essere influenzati. Sono traguardi difficili da raggiungere: si tratta di integrare nella propria identità lo status di membro di una collettività di persone interdipendenti, costruendo capacità di identificazione, interiorizzando valori e norme di comportamento coerenti con questo status. Tale costruzione non può realizzarsi che attraverso processi di acquisizione di conoscenze ed esperienze individuali e di gruppo a fianco di adulti che partecipino essi stessi a questi processi (Barnato e Gardini, 2005).

Da molte ricerche emerge come nei ragazzi di oggi vi sia una forte richiesta di riconoscimento e di spazi di soggettività, che vengono percepiti come negati sia dalla stessa struttura fisica della scuola, spesso sovraffollata e inefficiente, sia dal suo isolamento che rende difficili esperienze di associazione e condivisione, attraverso le quali sperimentare nuove forme di rapporto e nuove identità. Non a caso il tema del “protagonismo giovanile” è così attuale ed è in aumento la ricerca di opportunità di aggregazione all’esterno degli spazi istituzionali.

Appare difficile che, laddove non si costituisca senso di appartenenza ad una comunità, possa svilupparsi il senso di cittadinanza, come status proprio di chi è pienamente membro di essa e che crea uguaglianza di diritti, doveri ed impegno verso una civile convivenza (Cannarozzo, 2005).

I docenti, i genitori e tutti gli altri enti educativi (le società sportive comprese), dovranno occuparsi delle le emozioni di figli e di allievi (oltre che delle proprie), entrando in empatia le loro difficoltà relazionali, con il frequente rifiuto di studiare e di apprendere, con lo sviluppo disarmonico del corpo e con la faticosa costruzione del pensiero, con le esperienze pericolose e la ricerca del rischio nel gruppo dei pari.

I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, capiti, tenuti in conto, riconosciuti, accompagnati a stare bene nella comunità di appartenenza e, quindi, nel mondo: l’educazione alla cittadinanza, all’affettività, alla salute, all’alimentazione corretta, al buon comportamento sulle strade e nei luoghi pubblici in generale, al rispetto dell’ambiente, all’impegno sportivo correttamente inteso contribuiranno insieme a creare dei cittadini validi e responsabili nel futuro.

L’Educazione alla Convivenza civile riassume in sé le tappe e le mete di un percorso dove i contesti di vita dei ragazzi, anziché allontanarsi, possono arricchirsi di occasioni per rinforzare la consapevolezza di sé (struttura dell’identità), le conoscenze, le abilità e la disposizione a riflettere sull’esperienza del giorno dopo giorno: relazioni (con il gruppo dei pari, con i compagni di scuola della propria cultura e di culture diverse, con i coetanei diversamente abili, con gli adulti, ecc.), interazioni (triangolo genitori-studenti-insegnanti, società sportive e famiglia, gruppo parrocchiale e gruppo del sabato sera, ecc.), perdite e successi (con gli amici dello stesso sesso e con quelli di sesso diverso, nelle competizioni sportive, ecc.), incontri e scontri (con i genitori, con i coetanei, con gli insegnanti, con gli estranei, con chi mette in crisi le personali credenze anche fuori dall’ambito familiare e scolastico, ecc.) (Cannarozzo, 2005).

Durante un’interessante chiacchierata, Gigi Gigante (presidente della FIHB) mi ricordava che, nel piccolo mondo dell’hit ball basta citare il cartello “il tifo contro non è gradito” presente al posto delle rispettive curve, per far capire che la Federazione ha preso da anni una strada faticosa ed alternativa, ma della quale è orgogliosa perchè a chi lo insegna e a chi lo pratica piace lo sport che unisce e non quello che divide e piace lo sport che esalta i valori fondanti dello sport, non quello  che viene continuamente propinato dai mass media (in TV, sui giornali e sul Web), che sport non è.

C’è poi il tentativo da lui portato avanti (e che sta riuscendo, almeno in parte) di porre un’alternativa al concetto di ruolo: dominante e subalterno in seno alla squadra,  che consente al docente di Educazione Fisica  che propone l’hit ball come gioco sportivo a scuola, di far vivere esperienze realmente tra pari e di creare i presupposti per un’eventuale successiva esperienza diretta di gioco, nella Società Sportiva ed in Campionato.

In questo senso pensiamo che il gioco dell’hit ball (mi unisco a Gigi in quanto Insegnante di Educazione Fisica, prima che Psicologa) possa avere una grande parte nell’ambito della formazione del cittadino, inteso come appartenenza attiva e responsabile.

Il tema delle regole, della loro comprensione e condivisione, prima ancora dell’accettazione/rispetto durante il gioco e l’allenamento, è un argomento centrale nello sport ed ha quindi delle ricadute positive o negative sul piano della formazione dei cittadini del futuro, a seconda dello strumento educativo che viene scelto in palestra.

Il giudice/arbitro ed il regolamento di gioco (che può essere inteso come la Carta Costituzionale del gioco sportivo) così come i compagni e gli avversari (concittadini) con pari doveri, diritti e dignità sono degli evidenti paralleli che ci mettono nella condizione di essere molto utili al riguardo.

Senza entrare nell’annosa polemica del calcio e di quanto per molti di noi insegnanti di Educazione Fisica e per parecchi allenatori di sport meno noti, meno gettonati e soprattutto meno pubblicizzati dai mezzi di comunicazione, sia diseducativo l’esempio di tanti giocatori che praticano questo sport e di tutti coloro che vi gravitano intorno, attività che spesso sembra essere l’unica esistente e degna di interesse per il mondo sportivo (che, tra l’altro, illude i ragazzi con miraggi di notorietà e guadagno facile), pensiamo che sia invece molto importante promuovere e far sì che si diffonda il gioco dell’hit ball, perché lo riteniamo uno strumento importante per l’Educazione alla Legalità ed alla Convivenza civile, quella che passa ai nostri studenti per canali altamente formativi, ma non di meno piacevoli quali sono quelli dello Sport, affiancando il difficile ma fondamentale compito dei genitori e degli insegnanti nella crescita e nella formazione di futuri cittadini responsabili, attenti alle esigenze proprie e dei propri simili, empatici, emotivamente ed affettivamente maturi.

Inoltre ricordiamo essere importante e non trascurabile un’altra funzione dell’hit ball: uno dei mezzi di prevenzione/trattamento del disagio giovanile nelle sue forme meno gravi e pesanti.

Bibliografia

Balestri, F. (a cura di), (2008). Educare alla legalità a scuola. Sperimentazione di modelli di intervento didattico. Firenze: Edizioni Regione Toscana.

Banterla, G., a cura di, (2005). Educare alla Convivenza civile. Problemi e ipotesi didattiche – Annali dell’Istruzione: 4/2005. Firenze: Le Monnier.

Mannetti, L. (2002). Psicologia sociale. Roma: Carocci editore.

Menesini, E. (2007). Strategie antibullismo.  Rivista Psicologia Contemporanea, 200, pp. 18-25. Milano: Giunti.

Muratori, F. (2005). Ragazzi violenti. Da dove vengono, cosa c’è dietro la loro maschera, come aiutarli. Bologna: Il Mulino.

Palmonari, A. (2001). Psicologia degli adolescenti. Bologna: Il Mulino.

Speltini, G. (2005). Minori, disagio e aiuto psicosociale.  Bologna: Il Mulino.

 

 

 

 

 

 

 

 

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