Psicologia generale

A Carnevale ogni scherzo vale: che scherzo sarebbe vestirsi da “se stessi” per almeno un giorno all’anno!

 “Siamo tanto abituati a mascherarci di fronte agli altri,  

che finiamo per mascherarci anche di fronte a noi stessi”. 

(François De La Rochefoucauld)

L’etimologia della parola Carnevale è molto discussa: potrebbe derivare da carna-aval o dal latino carne levàmen, espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima, vale a dire dal giorno successivo alla fine del Carnevale.

Certamente le origini di questa festa sono religiose.

Le testimonianze storiche sostengono che le maschere erano utilizzate dall’uomo fin dal Paleolitico, quando gli stregoni, durante riti magici e propiziatori, indossavano costumi adornati di piume e sonagli ed assumevano aspetti terrificanti grazie a maschere dipinte, nell’intento di scacciare gli spiriti maligni.

Ma è soprattutto nel mondo romano, dove si svolgevano feste in onore degli dei, che possiamo ritrovare le origini del Carnevale. Nell’antica Roma i festeggiamenti in onore di Bacco, detti Baccanali, si svolgevano lungo le strade della città e prevedevano l’uso di maschere, mentre si consumavano fiumi di vino e si svolgevano manifestazioni danzanti.

La festa veniva inaugurata a Roma, con un sacrificio solenne, seguito da un generoso banchetto pubblico. Seguivano, poi, festeggiamenti di vario genere: gioco d’azzardo, allegre bevute, scambio di doni più o meno simbolici, che spesso sfociavano in eccessi.

Durante i Saturnali tutto era consentito, in particolare era in uso lo scambio dei ruoli, indossando gli abiti altrui; gli schiavi venivano, ad esempio, serviti dai liberti o dai padroni e potevano concedersi ogni libertà. Si estraeva a sorte il Re della festa, che aveva ogni potere. Con l’avvento del Cristianesimo, il Carnevale continuò ad essere celebrato, ma perse il suo contenuto magico e rituale.

Durante il Medioevo il clero tollerò le feste popolari anche le più grossolane, come la festa dell’asino e la festa dei folli (feste popolari, caratterizzate da gare tra asini o, nel secondo caso, dalla celebrazioni di stravaganze, definite follie).

Si ipotizza che la licenza sessuale, in uso durante il Carnevale, sia riconducibile ai riti di fecondità della terra. Per contro l’usanza di bruciare un fantoccio richiama i sacrifici primitivi. Tra i divertimenti più diffusi, i balli in maschera erano i più amati.

L’esplosione di gioia e l’uso della maschera avevano la funzione di allontanare gli spiriti malefici. La maschera, infatti, rendendo l’uomo simile agli animali, gli dava un potere simbolico e temporaneo sugli animali sacri.

Presso le popolazioni arcaiche, portare una maschera significava essere posseduti da uno spirito, oppure difendersi da una possessione. Esistono leggende che risalgono al periodo Neolitico, che legano la fecondità e la fertilità alla reincarnazione delle anime. Visto che si pensava che nell’aldilà tutto fosse a rovescio, durante il Carnevale si mettevano i vestiti a rovescio e, mascherandosi, si invitavano gli spiriti e le anime trapassate a visitare i villaggi: si dava loro la possibilità di fare bagordi in cambio di abbondanti raccolti.

Le credenze ancestrali sono lentamente scomparse nel corso dei secoli, ma la festività del Carnevale, in tutti i suoi aspetti, rimane permeata di rituali mitici (Zaccaria 2003, Grimaldi e Castelli 1997, Cappelletto 1995).

La maschera è l’elemento che, da sempre, caratterizza il Carnevale ed ha un preciso significato simbolico. Il termine maschera, deriva dal longobardo Mascka (tuttora utilizzato nel dialetto piemontese), che significa larva, strega, demonio: rappresentava le anime dei trapassati che, evocati attraverso riti propiziatori, salivano sulla terra per auspicare un abbondante raccolto.

Possiamo ritenere che anche lo spagnolo Màscara, il francese Masque, il tedesco Maske e l’inglese Mask abbiano la medesima matrice semantica. Le lingue moderne, hanno perciò abbandonato il greco pròsopon, che significava propriamente viso, da cui viso artificiale, maschera. Gli antichi usavano la maschera anche nella celebrazione delle conquiste, nelle fastosità pubbliche, nei banchetti ed i pagani celebravano il fiorire della primavera mascherati, con la libertà di rappresentare chiunque avessero voluto.

Più tardi l’uso di mascherarsi divenne in voga anche presso i cristiani.

Nel Medioevo le maschere comparvero per lo più come raffigurazione del buffonesco, impersonando, nelle loro precipue caratteristiche, lo spirito popolare e certi aspetti sociali tipici delle diverse regioni italiane.

Visto il legame strettissimo tra rito e teatro, il passaggio all’utilizzo della maschera nello spettacolo è breve. Basti ricordare le maschere del teatro greco nell’antichità che avevano, oltretutto, la capacità di amplificare la voce degli attori.

Le maschere del periodo rinascimentale assunsero carattere meramente artistico e soltanto nei secoli successivi divennero facile mezzo per coprire scandali ed intrighi.

L’ uomo mascherato divenne l’essere che egli stesso voleva rappresentare e tale egli appariva agli spettatori. Con la commedia d’arte, che dalla metà del Cinquecento fino al Settecento rappresentò il più singolare fenomeno della storia teatrale, nacquero le famose maschere del teatro italiano, introducendo in scena ciò che poteva divertire il pubblico (Impelluso 2000, Bettini 1991, Funari 1986, Lévi Strauss 1972).

Mi appare altresì una bella contraddizione il fatto che le maschere di Carnevale classiche e più conosciute (Arlecchino, Pulcinella, Balanzone, Pierrot, Gianduja, ecc.), siano contraddistinte quasi tutte da una tristezza di fondo, mentre il Carnevale è l’allegoria del chiasso, della festa, del divertimento e dell’allegria. Forse proprio per esorcizzare l’inevitabile tristezza della vita.

Colui che indossa la maschera perde, dunque, la propria identità per assumere quella dell’oggetto rituale rappresentato.

Ma, attenzione, l’uomo non ha creato le maschere per nascondersi ma, all’opposto per poter apparire. Ciascuno di noi, nel corso di tutta la vita e durante la propria giornata, indossa una serie più o meno variegata di maschere, a seconda del ruolo e della situazione nella quale si viene a trovare. C’è la maschera per il capufficio, quella per i colleghi di lavoro, quella per le relazioni sociali, una per gli amici più o meno intimi, una per i parenti; purtroppo sovente ce n’è una anche per i figli, il coniuge, il compagno, il fidanzato o la relazione amorosa del momento.

Tale continua trasformazione è funzionale a mantenere integra la propria autoimmagine, a non perdere la stima e la considerazione delle persone con le quali ci si rapporta quotidianamente e, soprattutto, di se stessi.

La matrice dialogica del processo di costruzione dell’identità, si articola nel costante confronto fra il sentimento che ognuno ha di sé, costruito in modo prettamente autoreferenziale e l’identità ascrittaci dall’esterno, nel contatto con le figure significative della nostra vita e con la nostra struttura sociale.

Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, insieme a quelli fisiologici/organici, come mangiare, bere, dormire, coprirsi e quelli relativi alla sicurezza (safety) quali il bisogno di un rifugio, di tranquillità e di pace, è il bisogno di riconoscimento (Maslow 1982).

Da questo bisogno nasce l’esigenza di mascherare il proprio vero sé, nel timore di essere lasciati soli, di essere abbandonati e di perdere l’amore delle persone che ci stanno a cuore. Di conseguenza tale meccanismo permette di mantenere l’autostima ad un livello alto o perlomeno accettabile.

A questo punto, però, i rapporti con gli altri diventano complessi…ciascuna maschera personale, interagisce con le innumerevoli maschere di coloro che entrano a far parte della nostra vita: mi sembra logico che vivere diventi una fatica davvero grande, dovendo tenere a mente e a bada tutte queste parti che ci compongono.

Una riflessione mi sorge spontanea: se giornalmente facciamo di tutto per non essere noi stessi, per mascherare ciò che veramente siamo, perché anche a Carnevale alcuni di noi sentono l’esigenza di indossare una maschera, di non essere se stessi e di non presentarsi agli altri per ciò che veramente sono?

Sarebbe davvero un bello scherzo, allora, rimanendo coerenti con lo spirito del Carnevale durante il quale ci si concede di essere trasgressivi e di fare qualunque cosa (o quasi), il mostrarsi agli altri senza maschera, per quel che si è, facendo il gioco del “tutto è permesso e quindi io mi dò il permesso di mostrarmi per quel che sono”, difetti compresi.

Se “a Carnevale ogni scherzo vale”, chissà, forse potremmo essere una tale sorpresa per qualcuno che ne potremmo guadagnare in stima, ammirazione, amore o almeno affetto. E vivere potrebbe essere decisamente più facile e gratificante, di quanto non abbiamo mai creduto potesse essere prima d’ora.

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